Non sono un fotografo professionista.
Non parto alla ricerca dello scatto perfetto, non organizzo un viaggio in funzione della luce migliore e non ho mai scelto una destinazione pensando soltanto alle fotografie che avrei potuto portare a casa.
Eppure, quando viaggio, la macchina fotografica è quasi sempre con me.
Perché per me fotografare non significa soltanto mostrare dove siamo stati.
Significa cercare di conservare qualcosa.
Un momento. Un'espressione. Una luce particolare. Un dettaglio che forse agli altri non direbbe nulla, ma che per noi può contenere un intero viaggio.
Ci sono fotografie tecnicamente riuscite e altre molto meno. Alcune sono belle appena le guardi. Altre diventano importanti soltanto con il tempo.
E spesso sono proprio queste ultime quelle che amo di più.
Dietro ogni fotografia c'è quasi sempre qualcosa che non si vede.
C'è una strada fatta a piedi con Giulio stanco. Una pausa per Cecilia. Laura che aspetta mentre mi fermo ancora una volta per fare una foto. Un tramonto visto per caso. Una giornata con il cielo sbagliato. Una risata arrivata un secondo dopo lo scatto.
E poi ci sono tutte quelle fotografie che non abbiamo fatto.
Perché in quel momento era più importante esserci.
Forse è anche questo che ho imparato negli anni: non tutto deve essere fotografato.
Ma certe immagini, quando riescono a fermare davvero qualcosa di nostro, diventano parte della memoria.
Non ricordiamo soltanto ciò che mostrano.
Ricordiamo ciò che succedeva intorno.
Quasi sempre dietro l'obiettivo. Ma dentro ogni viaggio.
Prima c'eravamo noi due.
Poi è arrivato Giulio.
E poi Cecilia.
Anche il mio modo di fotografare è cambiato insieme a noi.
Oggi nelle mie fotografie ci sono meno paesaggi perfettamente vuoti e molte più piccole mani, corse, capelli mossi dal vento, sguardi distratti e momenti che probabilmente non si ripeteranno mai nello stesso modo.
A Palermo ho fotografato il primo viaggio in aereo di Giulio.
A Minorca, il nostro primo viaggio in quattro.
Ma ci sono anche Pomposa, che attraversa da anni la nostra storia, i viaggi fatti prima dei bambini, i luoghi in cui siamo tornati e quelli che probabilmente vedremo una sola volta nella vita.
La fotografia, per me, è diventata anche questo: un modo per vedere quanto siamo cambiati senza accorgercene.
Non so se Giulio ricorderà il suo primo volo. Probabilmente no.
Ma io ricordo molto bene cosa significava per noi partire per la prima volta in aereo con lui.
Da quel momento, viaggiare non sarebbe più stato esattamente come prima.
Era il nostro primo vero viaggio in quattro.
Con più valigie, più pause, più organizzazione e naturalmente qualche imprevisto in più.
Ma anche con la sensazione precisa che fosse appena iniziato un nuovo capitolo della nostra storia.
Ci sono luoghi che visiti una volta e altri che entrano nella tua vita.
Pomposa, per noi, appartiene alla seconda categoria.
Abbiamo visto qui estati, inverni, tramonti, giornate di vento
e anni diversi della nostra famiglia.
Fotografarla significa anche fotografare un pezzo di noi.
Non sarò certo stato il primo a fotografare il Manhattan Bridge da qui. Anzi.
Ma con il ponte stretto tra i palazzi e quel cartello One Way proprio lì, era impossibile non provarci.
E in bianco e nero, a me, piace ancora di più.
Non serve andare lontano per avere voglia di fermare un momento.
A volte basta un tramonto sul lago, uno di quelli visti decine di volte eppure mai esattamente uguali.
Prima di Giulio, prima di Cecilia, prima delle valigie moltiplicate e delle pause obbligatorie.
Viaggiare era diverso. Non migliore o peggiore.
Semplicemente un altro capitolo della nostra storia.
Non è una fotografia perfetta.
La luce è sbagliata, l'inquadratura pure, e probabilmente oggi la rifarei diversamente.
Ma ci riporta subito lì, a New York, in quel momento preciso.
E alla fine, per me, è questo che conta davvero.
Naturalmente, la maggior parte delle fotografie resta fuori da queste pagine.
Alcune perché sono troppo personali.
Altre perché sono doppioni, prove, errori o semplicemente immagini senza una storia da raccontare.
Ma ogni articolo de La Valigia che Scoppia nasce da un'esperienza che abbiamo vissuto davvero e dalle fotografie che abbiamo portato a casa con noi.
Ogni fotografia che trovate su queste pagine nasce da un luogo che abbiamo davvero visto e da un momento che abbiamo vissuto in prima persona.
Non raccontiamo viaggi altrui. Raccontiamo solo i nostri.
Quello che vedete è il nostro modo di ricordare un viaggio e, qualche volta, di provare a farvi venire voglia di viverlo.
Ci sono fotografie che oggi guardiamo distrattamente e che forse, tra dieci o vent'anni, diventeranno preziose.
Un bambino che corre sulla spiaggia.
Laura che guarda il mare.
Una tavola apparecchiata male.
Una valigia aperta in una stanza d'albergo.
Un tramonto già visto cento volte.
Forse è proprio questo il motivo per cui continuo a fotografare.
Non per fermare il tempo, perché quello non si può fare.
Ma almeno per lasciargli qualche traccia.